I VITIGNI RESISTENTI MADE IN TRENTINO

Da parte di CIVIT (Consorzio Innovazione Vite) prosegue la promozione delle varietà di viti resistenti alle malattie fungine, in particolare a Peronospora e Oidio, ottenute mediante incroci naturali dal programma di miglioramento genetico della Fondazione Edmund Mach

È il sogno dei viticoltori più attenti e il traguardo dei migliori centri di ricerca genetica applicata alla vite: ottenere delle piante sane, varietà resistenti alle principali malattie vegetative, che garantiscano salubri vendemmie, altrettanta qualità delle uve da trasferire in vini singolari. Viti appunto resistenti, piante portatrici di geni che respingono le più comuni patologie della pianta (peronospora su tutte) e dunque varietà che non hanno bisogno di trattamenti chimici intensivi. Viti praticamente ad ‘impatto zero’.

Per dare risposte a queste esigenze da anni sono in prima fila anche i tecnici della Fondazione Edmund Mach. Partendo da una considerazione: l’aumento della virulenza di un patogeno, non corrisponde per forza all’adozione di un prodotto fitosanitario sempre più potente. È possibile intraprendere una strada alternativa, ‘creando’ nuovi genotipi di vite, con un fabbisogno irrisorio di trattamenti (massimo 3 all’anno) e dunque coltivazioni pienamente inserite nell’ambiente, giovando all’ecosistema, pure alle tasche dei vitivinicoltori e specialmente alla salute dei consumatori.

Ricerca, sperimentazione e tanta innovazione. Con tecniche che nulla hanno a che fare con la manipolazione transgenica. Niente OGM, ma la cisgenica più evoluta, per individuare le tracce genetiche che portino ad avere una vite sempre più naturale e altrettanto resistente.

Negli ultimi anni in Italia infatti, oltre alla pionieristica Università di Udine, si è mossa in questa direzione la Fondazione Edmund Mach di San Michele all’Adige, che ha deciso di scommettere sulle potenzialità di questi vitigni. Nel 2012, per dare maggiore risonanza agli ibridi resistenti, è nato – dall’unione tra la Fondazione e l’Associazione dei Vivaisti Viticoli Trentini (AVIT) – il Consorzio Innovazione Vite (CIVIT); un anello di congiunzione tra il mondo della ricerca e quello produttivo.

Sono stati organizzati molti appuntamenti, sia visite nei campi sperimentali sia degustazioni delle microvinificazioni, ed è stato registrato un buon numero di partecipanti, segno che la collaborazione CIVIT-Fondazione Mach sta dando buoni frutti. I risultati sono incoraggianti non solo dal punto di vista agronomico, ma anche enologico, con vini potenzialmente adatti alla spumantizzazione e all’invecchiamento.

Il prof. Marco Stefanini (genetista FEM), assieme al suo team, ha incrociato prevalentemente vitigni autoctoni trentini (es. Nosiola, Marzemino e Teroldego) con genotipi che conferiscono la resistenza.   Ad esempio, la vinificazione del neonato Teroldego X Merzling ha entusiasmato per l’intensità del colore, un bel color rubino, dovuta all’elevato contenuto polifenolico. Una peculiarità che ricorda proprio il Teroldego. Un traguardo importante è stato raggiunto su tutte le nuove varietà a bacca rossa di San Michele, le quali presentano valori di malvidina diglucoside, il cui limite per legge deve essere sotto la soglia dei 15 mg/l, prossimi o addirittura pari allo zero, risolvendo così una spinosa questione normativa

La selezione di nuove varietà viticole non può limitarsi solo alla loro resilienza, bensì deve tener conto ovviamente delle caratteristiche organolettiche dell’uva e, in particolare, del vino prodotto. Quest’ultimo aspetto è stata una spina nel fianco per quanto riguarda la diffusione dei vitigni resistenti, a causa dei difetti enologici presenti negli ibridi delle generazioni passate, ricordiamo fra tutti il sentore di ‘foxy’.

La scomparsa (o comunque la notevole diminuzione) di tale imperfezione a livello sensoriale nei vini, così come l’ulteriore miglioramento nella risposta agli agenti patogeni, giustifica il crescente interessamento per tale tematica.

Argomento dibattuto quello che riguarda la scelta del nome da attribuire ai nuovi trovati, dove due sembrano le strade percorribili: nome completamente di fantasia (es. ‘Fleurtai’, nome di fantasia adottato da VCR) oppure nome al cui interno viene indicato il parentale (es. ‘Merlot Kanthus’, nome attribuito da VCR con richiamo al famoso vitigno ‘Merlot’). A breve CIVIT, una volta registrate le nuove varietà viticole, deciderà quale opzione potrà essere maggiormente strategica.

Un altro nodo da sciogliere a livello legislativo è l’introduzione di queste nuove varietà nelle Denominazioni d’Origine, visto che ad oggi è consentito impiegarle esclusivamente per la produzione di vini da tavola e vini IGT. Segnali rincuoranti giungono da alcune regioni (es. Veneto) o da alcuni consorzi (es. in zona Chianti), dove si evidenzia una certa apertura.

Insomma il futuro dei vitigni resistenti sembra sempre più promettente.

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